Il diritto alla libertà: on the Road to Freedom

Durante il nostro secondo on the road in camper in Nord America ci siamo imbattuti in molti temi ricorrenti. Che riguardassero la musica, la storia, le tradizioni, le lotte sociali, le locations dei film e delle serie televisive, abbiamo dovuto rispettare un ordine territoriale piuttosto che logico. Siamo partiti da nord, dalla città canadese di Toronto, fino ad arrivare nel sud della Louisiana per poi tornare indietro spostandoci verso est. Questa tabella di marcia ha così messo al primo posto quello che in realtà avrebbe dovuto essere l’ultimo nel nostro on the road to freedom, il viaggio verso la libertà, quella libertà conquistata con il sangue e con la caparbietà e la convizione che solo un leader come Martin Luther King jr. ha saputo trasmettere e governare.

Non abbiamo avuto molto tempo per seguirlo completamente, ma siamo riusciti a vederne i luoghi più significativi.

Era il 1 gennaio 1863 quando entrò in vigore il proclama voluto da Abramo Lincoln, uno dei presidenti più emblematici nella storia degli Stati Uniti

come misura militare appropriata e necessaria a partire dal 1º gennaio del 1863 tutte le persone detenute come schiavi negli Stati confederati diverranno e continueranno ad essere per sempre liberi

Ma quel proclama che restituiva la libertà a tanti schiavi era solo un primo passo. Non avere più un padrone non significava di certo averne gli stessi diritti, ed il cammino per la strada dei diritti civili era ancora molto lungo.

La nostra Civil Rights Road possiamo farla iniziare idealmente, anche se questa è stata una tappa di metà percorso, ad Atlanta, in Georgia. Arriviamo direttamente al Sweet Auburn Historic District, un piccolo quartiere di grande interesse storico che è molto più che il luogo dove si trova al n°501 la casa di Martin Luther King, il n°501 di Auburn Avenue, definita la “strada negra più ricca del mondo”. Nei primi anni del secolo scorso gli afroamericani venivano emarginati e erano in vigore rigorose leggi di segregazione razziale, ma nella loro condizione di emarginazione si era creata una scala di ricchezza all’interno della componente di colore della città. In questo quartiere molti afroamericani fondarono imprese, congregazioni e organizzazioni sociali, rendendolo uno degli agglomerati che ospitavano le famiglie più abbienti. In questo contesto crebbe Michael King (nome di nascita di Martin Luther King jr.). Nonostante le problematiche Atlanta sarà poi definita una Black Mecca.

Lungo un tracciato gestito dal National Park Service in quanto sito storico di interesse nazionale, si scoprono passo dopo passo le particolari costruzioni, le curiosità, il quotidiano vivere degli afroamericani dell’epoca e anche la chiesa dove esercitava come pastore il padre di Martin, Martin Luther King sr.

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Martin Luther King usò irremovibili messaggi pacifici, tutto il suo operato è stato fondato sulla lotta non violenta. Sarà per questo che le sue sono state conquiste fattive e durature. Divenuto pastore battista accettò, tra le tante, l’offerta della chiesa battista di Dexter Avenue a Montgomery, in Alabama. Si trasferì quindi in un ambiente completamente diverso da quello in cui era cresciuto: l’Alabama era uno degli stati più difficoltosi dal punto di vista dell’integrazione tra bianchi e neri. Uno dei momenti più salienti del suo operato di leader cofondatore del Southern Christian Leadership Conference (Congresso dei leader cristiani degli stati del Sud) fu la marcia da Selma a Montgomery.

A Selma sembra esserci una strana atmosfera: la cittadina ci appare fin troppo tranquilla, ma il passaggio di Martin Luther King su queste strade si avverte e ricorda gli anni delle estenuanti lotte, delle vite sacrificate. Parcheggiamo in Water Avenue, a pochi passi dall’Edmund Pittus Bridge, un luogo che la storia non dimenticherà per l’importanza che ebbe nelle manifestazioni rivolte ad ottenere il diritto di voto degli afroamericani, e per essere stato scenario della tristemente nota Bloody Sunday: era il 7 marzo del 1965 quando centinaia di attivisti decisi ad usare la lotta non violenta iniziarono la marcia verso Montgomery, la prima delle tre.

Ma quella “domenica di sangue” si arrivò solo fino al ponte, perchè i manifestanti, nonostante fossero pacificamente riuniti, vennero attaccati dalla polizia, che con manganelli e lacrimogeni sferrò un impietoso attacco che causò moltissimi feriti. A quella marcia ne seguirono altre due. La seconda fu ugualmente interrotta: i manifestanti si riunirono ma tornarono subito indietro, e da questa decisione prese il nome di Turnaround Tuesday, il martedì in cui si tornò indietro. Era il 9 marzo, solo due giorno dopo la domenica di sangue e tale decisione fu presa poichè il giudice distrettuale aveva emesso un ordine di divieto relativo alla manifestazione. Di fronte al ponte c’è oggi il Selma Interpretive Center, gestito dal National Park Service, dove si trova una mostra fotografica che documenta molti momenti del percorso per la conquista al diritto al voto e non solo.

Ci inoltriamo verso il centro e a neanche un chilometro troviamo la Brown Chapel. Questa chiesa ha avuto un ruolo importante in quel marzo del 1965. Dopo le prime due marce ce ne fu una terza, il 21 marzo. Anche questa era una domenica, ma le persone pronte a manifestare erano migliaia. Riunite alla Brown Chapel, che fu il punto di partenza della marcia, raggiunsero, scortate da centinaia di uomini della polizia e dell’esercito, lo State Capital dell’Alabama a Montgomery. Furono organizzati dei campi lungo gli 80 chilometri che separavano le due città. Una sera alcuni artisti improvvisarono uno spettacolo per i manifestanti: Stars For Freedom, con nomi illustri quali Joan Baez, Harry Belafonte, The Chad Mitchell Trio e molti altri. Oggi lungo la US-80 c’è il Lowndes Interpretive Center, che con reperti, foto e spiegazioni ricorda quanti parteciparono alla marcia decisiva per la conquista del diritto al voto, ma anche a quanti morirono per quella causa.

Tra gli eventi più tragici si ricorda l’assassinio di Viola Liuzzo, uccisa dopo aver partecipato alla marcia. Era una donna con marito e figli, profondamente convinta della causa, ed era partita dalla sua casa nel Michigan per dare il suo contributo. Procedendo verso Montgomery si incontra il memoriale che ricorda il suo sacrificio. La sua storia è stata, dopo tanti anni, raccontata in un documentario intitolato Home of the Brave. Di seguito il trailer, dove si vede ricostruito il momento dell’uccisione da parte di una spedizione del Ku Klux Klan mentre era alla guida della sua auto. La marcia era finita, la petizione per la richiesta del diritto al voto degli afro americani era stata consegnata e lei aveva messo a disposizione la sua auto come navetta.

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Al di là dall’Edmund Pittus Bridge c’è il parco della memoria, che lasciamo come ultima tappa prima di spostarci a Montgomery. Il Campidoglio è il primo significante edificio che ci appare. L’Alabama State Capitol oggi è solo la sede del governo dello stato dell’Alabama, ma in passato è stato sede del governo degli stati confederati. Qui arrivò la terza marcia da Selma e Martin Luther King pronunciò uno dei suoi memorabili discorsi riuscendo a consegnare, nonostante le difficoltà, la petizione che chiedeva al governatore dell’Alabama il diritti di voto per i neri. Non lontano dal Campidoglio si trova la ben conservata Dexter Avenue King Memorial Baptist Church, dove Martin Luther King professò come pastore dal 1954 al 1960. La chiesa è stata il posto dove venne organizzato il famoso boicottaggio degli autobus di Montgomery. All’incrocio tra Washington Ave e Hull St., vi è il Civil Rights Memorial & Center. Il memoriale, dedicato alle 41 vittime della lotta per i diritti civili in un periodo compreso dal 1954 al 1968, è stato progettato da Maya Lin, americana di origini cinesi. Si lasciò ispirare da una frase di King:

” …we will not be satisfied until justice rolls down like waters and righteousness like a mighty stream …”

” … non saremo soddisfatti finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume in piena …”

Ed è proprio l’acqua che scorre sui nomi delle vittime.

I fatti accaduti nel 1965 sono ben raccontati nel film Selma, la strada per la libertà.

Ed eccoci a Memphis, Tennessee. Ci siamo sistemati con il camper nei pressi del Tennessee Welcome Center, in Riverfront Drive. Poche fermate di bus e siamo in centro. Memphis, si sa, è la città della Beale Street, dove la musica sembra essere l’unico interesse quotidiano di chiunque si trova da quelle parti. Musica e BBQ ovunque. Ma c’è una Memphis più nascosta, autentica testimone della storia: basta spostarsi in Mulberry Street per arrivare dove finì i suoi giorni Martin Luther King.

Il pastore era lì perchè alloggiava al Lorraine Motel, e quel pomeriggio uscì sul balcone divenendo bersaglio di chi, probabilmente in attesa di compiere quell’efferato gesto chissà da quanto, tentava di interrompere quel percorso di conquiste lasciando i bianchi in posizioni privilegiate. Ma cosa faceva Martin a Memphis?

A Mason Street arriviamo veramente tardi. È quasi buio e, con un po’ di timore, ci avviciniamo al Mason Temple decisamente sfiduciati: non riusciremo mai ad entrare in questo luogo di culto, ci tenevamo molto ma è visibilmente chiuso. Veniamo notati da un guardiano. Si avvicina e ci dice che è impossibile entrare e si dovrà aspettare domani, ma scoprendo che siamo arrivati fin qui dall’Italia. Con immensa cortesia ci concede qualche minuto all’interno della Chiesa, la Church of God in Christ, dove il giorno prima di morire Martin Luther King aveva pronunciato il suo ultimo discorso che conteneva una frase quasi premonitrice:

Well, I don’t know what will happen now

Bene, non so cosa mi succederà ora

Il discorso era rivolto ad una categoria di lavoratori, gli addetti ai servizi igienico-sanitari, che all’epoca venivano discriminati per il colore della pelle: ad esempio, nei giorni di pioggia, i lavoratori neri non potevano lavorare e venivano quindi rimandati a casa senza paga, al contrario i bianchi, che ricoprivano ruoli di controllo, restavano, ovviamente pagati.

La paga era comunque molto bassa e si trovavano in condizioni di lavoro molto precarie rispetto ai bianchi. Le proteste avevano dato luogo ad un divieto di ulteriori rimostranze. Martin Luther King era lì per questo, per organizzare una marcia contro l’ingiunzione del tribunale. Entriamo nell’immensa sala, ora regna il silenzio ed è immensamente suggestiva, e deve esserlo ancor di più quando risuonano i gospel cantati durante le funzioni. Può accogliere quasi 4.000 persone, facciamo rapidamente qualche foto, qualche piccola riflessione e ci affrettiamo ad uscire. Il gentile custode ci aspetta fuori, a distanza. Salutiamo e ringraziamo, per averci permesso di vedere il tempio e per la sua discrezione.

Questa è stata la nostra Civil Rights Road, ci sarebbe piaciuto approfondire, scoprire altri luoghi. Questo è uno di quei fili conduttori che riesce a coinvolgere e a far apprezzare ogni singolo documento, ogni traccia, le piccole e le grandi testimonianze, e persino i film visti per prepararci a muovere i nostri passi su questi luoghi colmi di sofferenze e conquiste sono stati tutti adeguati e aderenti alla realtà.

Film consigliati

Selma la strada per la libertà, Il diritto di contare, The Help, Mississippi burning – Le radici dell’odio, 42 – La vera storia di una leggenda americana, Il buio oltre la siepe.

Informazioni utili

Per chi volesse approfondire un sito molto completo e facile da consultare è quello dell’ US Civil Rights Trail.

Il Selma to Montgomery National Historic Trail non prevede biglietti di ingresso, neanche nei due centri di visita

Curiosità

Black Mecca: Atlanta, insieme ad Harlem, è considerata una Black Mecca, un po’ il paradiso dei neri. Questo grazie alle condizioni degli afro americani in quanto a presenza nelle cariche politiche, alle opportunità economiche e sociali di livello più alto rispetto ad altre località, ai rapporti più armoniosi con i bianchi etc.

Shotgun Houses: lungo la Auburn Avenue di Atlanta si trovano le Shotgun Houses, un particolare tipo di costruzione abitativa chiamata così perchè la profondità è determinata da una sola stanza, mentre la lunghezza dal numero delle stanze presenti in ogni piano e ad ogni finestra del lato strada corrisponde esattamente una finestra del lato posteriore (sparando idealmente ad una finestra si attraversa anche la corrispondente sulla parete opposta). Anche se c’è un’altra ipotesi sull’origine del nome: “to-gun”, una parola originaria dell’Africa occidentale che indica il luogo per riunirsi.


Saltellando negli anni

26 agosto 1863, Lincoln scrisse

Ma i negri, come le altre persone, agiscono in base a motivazioni. Perché dovrebbero fare qualcosa per noi se non saremmo disposti a nostra volta a fare niente per loro? Se mettono a rischio le loro vite per noi devono essere spinte dal più forte dei motivi – anche la promessa della Libertà. E la promessa fatta dev’essere mantenuta!

28 agosto 1963, Martin Luther King pronunciò il memorabile discorso a Washington, proprio al Lincoln Memorial. Circa 250.000 persone si ritrovarono e celebrarono i cento anni della proclamazione di emancipazione di Lincoln. Queste le parole di King in quell’occasione:

 

I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin, but by the content of their character. I have a dream today!

Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che la loro persona contiene. Io ho un sogno oggi!


C’è da vedere

Atlanta: nel quartiere natale di Martin Luther King jr. si trova anche la Ebenezer Baptist Church, la chiesa dove iniziò a predicare e la tomba dove riposa con la moglie. Per informazioni e mappa consultare il sito del National Park Service.


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